marzo 7, 2012

I pesci non chiudono gli occhi

“Ti piace l’amore?” chiese guardando dritto di fronte, dove si alzava la fiancata di una barca colorata di bianco e di una striscia azzurra.
“Prima di questa estate lo leggevo nei libri e non capivo perché gli adulti si scaldavano tanto. Adesso lo so, fa succedere cambiamenti e alle persone piace essere cambiate. Non so se piace a me, però ce l’ho e prima non c’era.”
“Ce l’hai?”
“Si, mi sono accorto di avercelo. E’ cominciato dalla mano, la prima volta che me l’hai tenuta. Mantenere è il mio verbo preferito.
“Cose buffe dici. Sei innamorato di me?”
“Si dice così? E’ cominciato dalla mano, che si è innamorata della tua. Poi si sono innamorate le ferite che si sono messe a guarire alla svelta, la sera che sei venuta in visita e mi hai toccato. Quando sei uscita dalla stanza stavo bene, mi sono alzato dal letto e il giorno dopo ero a mare.”
“Allora ti piace l’amore?”
“E’ pericoloso. Ci scappano ferite e poi per la giustizia altre ferite. Non è una serenata al balcone, somiglia a una mareggiata di libeccio, strapazza il mare sopra,  e sotto lo rimescola. Non lo se mi piace.”

Erri De  Luca

I pesci non chiudono gli occhi 

febbraio 12, 2012

Di un anno di lavoro..


Risparmiare è davvero difficile.
Anche se uno non vuole si ritrova a combattere duramente con le spese quotidiane, che se le dimentichi ti bussano alla porta e sono pronte a ricordarti le loro scadenze.
E allora succede che, anche se lavori e sei fortunata per questo, ance se non hai famiglia né figli da mantenere risparmiare è comunque difficile.

Perché hai passato tanto tempo a studiare e in un anno di lavoro non hai metabolizzato bene il vero significato dello stipendio.

E la voglia di guardare le vetrine e poi comprare quello che ti piace senza dover chiedere permessi, e non aspettare di aver accumulato gli euro necessari per l’acquisto dell’ultimo romanzo di un autore che ami, e fare [farti] regali, partire senza troppi pensieri…

Un anno di lavoro per una che non ha mai avuto uno stipendio è una dura prova con se stessi, con i propri umori e desideri, ma è anche una forte responsabilità.

Un anno di lavoro per me è paragonabile alla fondamenta di una casa. E tra le tante spese pazze e incontrollabili anche quel po’ di risparmio nel mio conto di banca è una soddisfazione, seppur minima. Perché non è mai abbastanza e con pochi soldi non acquisti nemmeno un box auto da riattare nel paese in cui il mercato immobiliare è più basso che mai.

Con i miei pochi risparmi non posso fare niente, solo aspettare o gettare la spugna.

Aspettare significa porsi un nuovo obiettivo per il 2012, accumulare mesi dopo mesi nuovi soldini, cambiare il modo di spendere lo stipendio, sacrificare quei desideri compulsivi di entrare senza troppi sensi di colpa nei negozi e nelle librerie, aspettare di comprare qualcosa per il futuro.

Gettare la spugna, invece, significa vivere alla giornata e non calcolare settimanalmente quanto si guadagna e come lo si spende.

Quel che sarà, sarà.

È dura risparmiare, frustante.
Un impegno quotidiano.
Una sconfitta.

febbraio 3, 2012

Farsi coccolare dalla neve

     

A me la neve non fa nessun effetto. Non sento nessuna magia, nessuna favola.

Non la guardo alla finestra nè mi piace arrotolare le palline per poi giocarci.
Mi spaventa, mi rimpicciolisce.

Eppure stamattina, pronta per andare a lavoro, mentre stavo in macchina e mi passavano davanti agli occhi tetti bianchi, macchine avvolte, omini con stivaloni e guanti, ho sorriso di felicità.
Ho provato dentro di me una cara sensazione di pace e serenità che mi ha coccolato.
Ho pensato che oggi non potrebbe essere migliore.

 

 

gennaio 25, 2012

Spegnere la luce e ascoltare un po’ di musica

Vorrei che fosse oggi in un attimo già domani,
per reiniziare per stravolgere tutti i miei piani,
perché sarà migliore e io sarò migliore,
come un bel film che lascia tutti senza parole.

T. Ferro, La fine 

In questo mese di gennaio ho letto molto. Ho letto romanzi diversi per non pensare.
Quando ero nostalgica e triste prendevo un libro frivolo e spiritoso, quando ero serena e rilassata mi mettevo a leggere qualche pagina di un libro complicato e riflessivo.
Leggere mi ha aiutato a non pensare alla mia vita, mi ha fatto dimenticare che più passano i giorni più la mia sete di sogni svanisce.

Svanisce tutto.

L’ambizione. La speranza. Le illusioni.

Svanisce il percorso di studi, la lotta contro tutti quelli che credevano stessi perdendo tempo. Resta ben poco a cui aggrapparsi.

Trascorrere il mio tempo a leggere è come premere il tasto pausa e lasciare tutto com’è. Far scorrere via dal mio sangue assetato di più passioni e sogni tutto ciò che rende le giornate più dure, questa vita più dura.

… perché si può abbassare la testa con stile ed eleganza, ma ci si sta sempre piegando e lo si deve accettare con il groppo in gola.

Poi arriva un giorno in cui ti scoppia la testa, arriva una settimana in cui devi farti carico di silenzi svuotanti e indifferenti. In quel preciso momento non hai più voglia di leggere.

Non hai voglia di nascondere il viso sotto il cuscino né di accantonare le tue piccole e rare certezze. In quel giorno così tanto strano hai voglia solo di urlare, urlare a squarciagola che tutto questo NON è giusto.
Non è giusto e non lo meriti.

Non è giusto perché dev’essere sempre tutto in salita e devi puntualmente far credere che va tutto bene, che sei intoccabile.

Il cuore si sgretola pian piano e vorresti soltanto spegnere la luce e ascoltare un po’ di musica.

gennaio 22, 2012

con splinder e senza splinder

Avevo perso le speranze, ero convinta che avrei perso anni e anni di parole, commenti, amicizie, ricordi indimenticabili…

Ero pronta a tutto e nei momenti di sconforto cercavo una giustificazione a cui aggrapparmi se al 31 gennaio non fossi riuscita a trasferire i contenuti del blog.

Dai, è un nuovo inizio, un nuovo percorso di vita. 
Dai, vuol dire che doveva andare così.

Poi ho capito l’errore e magicamente il mio caro blog è sopravvissuto al peggio.  E avevo voglia di gridare dalla felicità, di urlare a tutti che finalmente l’avevo salvato.  Perché Splinder è stata una parte importante di me, perché il mio blog mi ha salvato, accompagnato, consolato… mi ha fatto conoscere persone speciali, mi ha fatto crescere nel mondo del web.

Lui è stato una della parti più belle della mia vita e non potevo proprio abbandonarlo.

novembre 13, 2011

La cultura salvi l’Italia

Mi piacerebbe dirle che sarebbe bellissimo se oggi potesse essere la cultura a salvare l’Italia. Sarebbe un sogno. Se i romanzi e i film e i quadri e le poesie e le opere e le canzoni e persino la moda – si, anche la moda – potessero aiutare tutti a non perdere il lavoro e a non scivolare prima nella depressione e poi nella povertà. […] Così le prendo la mano e, accompagnato dalle note di Dylan, le chiedo se non le piacerebbe vivere in un mondo in cui tutti campassero solo di cultura, un mondo meraviglioso in cui si potrebbe pagare il macellaio con un racconto, il barista con una poesia, costruirsi una casa con un romanzo. Lei ride e mi dice che sarebbe una favola bellissima, e mi consiglia di scriverci un libro, su questa cosa del mondo fatto di cultura.

Edoardo Nesi – Storia della mia gente.

settembre 17, 2011

Aspetto la rinascita

Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita.

Philip Roth

Non dimentico di avere un blog su cui posso parlare liberamente di me. Spesso non scrivo proprio per questo. E’ molto più semplice fare finta di niente, lasciare perdere, non ricordare quanto le giornate siano piene di cose da dire. Non scrivo perchè significherebbe lasciare una traccia indelebile di questa mia nuova vita.

Aspetto la rinascita.

aprile 17, 2011

Quello che eravamo

Di, nelle tue preghiere, Michel, che solitudine, desiderio e nostalgia sono al di là di ciò che possiamo sopportare. Ma senza di essi siamo spenti.

La scatola nera
Amos Oz

La mia domenica è stata veramente in

Rivedere un’amica dopo mesi che non stavamo insieme ha fortificato tutti i miei pensieri.
… perché puoi stare senza una persona anche per mesi, ma se poi quando hai bisogno lei c’è, se poi il vostro legame è ben saldo e vi volete veramente bene, nulla si cancellerà, nulla vi porterà via da quel momento magico e sano.

Siamo state bene nel divano di casa ad alternarci tra le tante cose da dire, a raccontarci le ultime novità delle nostre vite sempre frenetiche e all’apparenza un po’ piatte, di due brave ragazze che hanno fatto sacrifici per essere titolate e che possa sembrare che si siano accontentate, di due ragazze che stanno crescendo insieme e si sono conosciute per il loro animo volontaristico, e ora fanno i conti con una vita diversa, senza quasi più niente di quello che avevano prima.
Due ragazze dal viso stanco ma puro, con sogni sempre conservati nel cassetto e passioni vive di cui parlare, con lacrime trattenute al pensiero di chi prima era qui con noi e ora non fa parte di quel trio tanto saldo quanto vero.

In queste poche ore di questa domenica ormai passata mi sento quasi in un limbo ingiusto in cui mi fa male pensare al mio passato recente fatto di condivisioni con persone che amo.
E allora spesso vorrei chiudere tutto a chiave, che occhio che non vede cuore non duole, che anche una foto mi ricorda quanto sarebbe bello abbracciarsi e scherzare insieme. ORA.
Mi sono sentita bene a passare il pomeriggio a ricordare ciò che eravamo, a parlare delle novità e di quello che siamo diventate ora con i nostri presenti e i nostri affetti  a volte poco palpabili, con i nostri acciacchi da trentenni sempreverdi.

Capitasse più spesso sarebbe inverosimile.
Ma oggi so che sono pronta per incominciare una nuova/lunga settimana di fuoco.

marzo 9, 2011

Una pedina come tante

In questi mesi non sono nè partita nè mi sono stancata di scrivere.
Sono stati mesi di rodaggio, mesi in cui giorno dopo giorno “ho dovuto” capire dove stavo andando.
… perché ogni cosa accade quando è stabilito … [forse]
… perché magari devo percorrere questa strada per poi capire se è quella sbagliata.
Eppure non è passato molto tempo da quando mi lagnavo di stare a casa, ho scritto per avere qualche soldino in più, e poi …………………….. ho trovato lavoro!
Così, dal nulla.
Sono uscita dalla palestra e ho trovato nel telefono un sms di un caro amico che mi chiedeva se stavo già lavorando e se nel caso ero interessata a fare una chiacchiererata per un ipotetico lavoro. Senza dargli troppa importanza ho vissuto una bella fine dell’anno e ho pensato a quanto è bello ricredersi sulla vita.
… perché a fine anno tutto quello che avevo perso l’ho ritrovato.
A POCO A POCO.
Con gioia e amore.

E poi è arrivato gennaio, un mese esplosivo e frettoloso, di quelli che non ti danno il tempo di capire che quel mese lì non lo rivivrai MAI più, un gennaio che in questo preciso momento vorrei sentire appiccicato alla mia pelle, per ricordare cosa si sente a non essere più studentesse, ad inserirsi nel mondo del lavoro e non poter tornare più indietro.
Cambiare vita senza decidere.

Non poter scegliere su niente, accontentarsi.
E ri-apprezzare il silenzio. Tornare indietro con gli anni e amare nuovamente il silenzio.
Lavorare. Ascoltare.  Capire come funziona.
Capire che è bello sentirsi indipendenti e uguali agli altri, ma è anche tutto troppo veloce, e abituarsi non è facile.

Non è facile sentirsi uguale agli altri, alienarsi a certi schemi, alla quotidianeità invernale di un lavoratore; non è facile capire che sei diventata una pedina come una delle tante.

Eppure per certi aspetti è anche bello.
E’ bello sapere che riceverei uno stipendio alla fine del mese, che sei finalmente libera di fare tutto ciò che vuoi.

Mi devo solo abituare ad essere ufficialmente una lavoratrice.

dicembre 26, 2010

Una moleskine per natale

Il natale è una festa deliziosa, sì.
Ci si coccola in famiglia, si capisce cosa ci rende felici e di cosa invece puoi fare a meno.
… perché è superfluo o perché anche se è importante non riesci a perdonare, a superare un rancore …
È una festa che da sempre mi fa sentire più ottimista, più speranzosa. Perché non credo che esista soltanto la bella faccia, il consumismo e l’ipocrisia. Io non credo che il natale sia solo questo. Per me significa amare la mia famiglia, spiare la faccia di mia madre mentre scarta il regalo che chiede da mesi, vedere mio fratello che organizza finti regali e sorprese ad effetto, fare una lista di libri da aggiungere alla mia collezione, pranzare con i famigliari acquisiti e fare gli auguri a due parenti contati. È uscire per le strade del mio paese e ascoltare le voce dei passanti, i loro sorrisi, i loro pacchetti.
Il natale per me è nascita. La nascita di del Signore, un amore che cresce, un’amicizia che si coltiva da tempo.
 
In questi due giorni di festa avevo intenzione di fare tante cose. Non ho fatto la metà delle cose a cui avevo pensato. Ho visto chi volevo vedere, aspetto chi non è qui con me, chi mi fa sentire la sua mancanza ogni minuto. Nel mentre penso alla mia vita, quella di ora, fatta di attimi da non perdere e destini che si prendono gioco dei miei sogni.
Rifletto su un lavoro, il primo, che comincerò domani, per poco tempo sì, ma comunque importante. Penso a questo pezzo di vita festiva in cui lavorare per la prima volta da laureata equivale a piegarsi, ad accontentarsi per qualsiasi cosa, a vivere nel limbo.
Un natale sereno, di speranza, in cui ci si sente fortunati ma allo stesso tempo ci si abitua a tenere da parte i propri sogni, a non scartarli.
 
Il natale è ricevere la mia prima moleskine e aspettare con ansia che arrivi gennaio per poterci scrivere sopra. Per poterci, almeno lì, scrivere i miei sogni.