Dei miei sbagli …

Capitano tanti episodi che ti fanno pensare a quella che sei diventata, a cosa hai perso del tuo carattere, a quello che non riesci a ritrovare … e ti senti male …
E così son settimane che ti svegli la mattina pensando a qual’è lo specchio di te stessa … come ti rifletti quando sei con gli altri … espressioni del viso differenti dalla ragazza che in realtà sei …

Chi mi conosce non ritrova più la vera Giulietta, e anche se questo non lo dice, lo avverto …
Chi non mi conosce non capisce, fraintende, si crea un’idea che non corrisponde al mio vero modo di essere …  Ma perché mi diverte così tanto mascherare, nascondere? Perché mi piace essere ermetica? Perché provocare, mettere in discussione, espormi? E peggio fra tutto: perché vorrei lo stesso dagli altri? Ricevere quelle reazioni attive che mi stimolano …
Sarà questo che mi spinge ad avere un atteggiamento distaccato, quasi indifferente … ed è proprio qui che entra in gioco la mia contraddittorietà …

Spesso ne sono spaventata ….
Quasi sempre mi piace e mi soddisfa …

In questo periodo delicato ho pensato a quanto sia difficile conoscere qualcuno quando non si conosce … Incontro persone ogni giorno … inconsciamente mi creo una piccola idea di quella persona …
Quanto può essere vero il mio pensiero se io per prima sono sicura che l’idea che uno sconosciuto ha di me non può essere quella reale?

 … io indifferente e distaccata con il sorriso di circostanza …
… io spiritosa e pungente …
… io fredda con lo sguardo dolce … noncurante di chi mi circonda …. Come se vivessi nella mia dimensione, e non volessi far entrare nessuno nel mio mondo, nella mia vita …

E allora? Ho FALLITO su tutte le idee che mi sono fatta, su tutte le opinioni che ho avuto … e probabilmente continuerò a fallire …
E adesso uno schiaffo per il mio senso di colpa … magari aiuta …
 

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24 commenti to “Dei miei sbagli …”

  1. Beh, Splinder alla fine è una droga, concordo. La nostalgia dalla rete quando si sta lontani si sente… Soprattutto quando vogliamo aprirci, sfogarci o solamente occupare il nostro tempo. Una sola cosa, le idee e le opinioni che ci si fa non sempre sono quelle giuste… I fallimenti sono giusti. Perchè ci aiutano a creare opinioni giuste. Sempre il vecchio detto trito e ritrito… Sbagliando si impara… E il senso di colpa non uccide… sai quanti schiaffi ci tocca prendere nella vita?! Crepi il lupo!!! Baci!!!!!

  2. a volte ci si sente falliti, si, ma poi si può di nuovo ricominciare

    buona domenica
    branzino

  3. Questo è fallire?
    No, se mai rimettere tutto in gioco. Che noia sarebbe la vita se potessimo conoscere davvero gli altri…
    Ho inserito il tuo mex sul mio Libro degli Ospiti (più adatto). Grazie, al prossimo incontro!
    Mari

  4. Ma perchè vuoi avere da subito l’opinione giusta su una persona da poco conosciuta? ho imparato col tempo che si, è vero che una prima buona impressione smentita dalle circostanze è una delusione più o meno cocente, ma una brutta prima impressione smentita è sempre una bella sorpresa. Di cosa hai paura? di non saper giudicare al primo sguardo? dai, alla fine sono pochi quelli che lo sanno fare. Di dover continuamente cambiare idea? ma è normale… non è un fallimento, davvero. Alla fine quasi nessuno si mostra al primo incontro per come è in realtà. Ci si crea una sorta di maschera, adatta alle circostanze ed al luogo e anche alla persona che si ha davanti. E se ci si frequenta piano piano quella maschera cadrà.
    Scusami se magari sono stata troppo prolissa e ti ho annoiato, ma la penso così, e ti assicuro che non hai fallito, hai solo sbagliato, come è giusto e naturale che sia (magari a volte un pò frustrante, ma tant’è…)

  5. accetta le tue contraddizioni…sono la tua forza; accetta di non essere perfetta e perdona agli altri le loro imperfezioni; accogli le tue debolezze e quelle altrui…ricordami tutto questo quando sarò mareggiata e delusa!

  6. Capita di trovarsi in momenti del genere: ci si abbatte, ci si sente confusi, incompresi, ci si mette un sacco di problemi.
    Ma se non ci fossero anche questi di momenti, non si apprezzerebbero quelli dove ti senti un leone, dove riesci a capire tutto e tutti, dove riusciresti a prendere il toro per le corna.

    Tirati su.
    Aspetto un tuo post allegro e positivo.

    Un abbraccio

  7. Non credo che tu abbia fallito e nemmeno che sia un difetto il tuo essere ermetica.

    Sei una persona riflessiva e inquieta, quell’inquietudine che è di chi non si accontenta, di chi spera sempre di trovare non si sa bene cosa, di chi quando crede di averlo sente che gli sfugge.

    Forse sbaglio, questa sono io 🙂

  8. * FallenAnGeL83: hai ragione, i fallimenti sono giusti … e spero di imparare qualcosa … quello che scrivi è sempre un piacere … 🙂

    * Branzino: Non sono triste eh, certo che si ricomincia, e sempre con il sorriso 🙂

    * Luna di vetro: grazie per essere passata da me, mi fa tanto piacere, conoscerci in bottega è stata una bella possibilità … e hai ragione, voglio rimettere tutto in gioco …
    a presto

  9. * babytotano: non è che voglio avere da subito l’opinione giusta … sarebbe impossibile … vorrei solo non essere prevenuta, e far vedere agli altri la vera me … senza mascherare … è una continua battaglia con me stessa 🙂

    * Samie: quello che scrivi è magico … se me lo scrivo in fronte e lo ripeto ogni mattina davanti allo specchio per una settimana dici che funziona? hihi …
    ti abbraccio …

    * Pinkland: Hai detto bene, ma mica tarderò a scrivere qualcosa di brioso e spiritoso? non sarebbe da me cara …
    kiss

    * Ladraditempo: “quell’inquietudine di chi non si accontenta?” … sono ioooooooooooooooooooooooo …

  10. Imparare ad accettarsi è un percorso lungo ed anche difficile molte volte… Ci vogliono anni a capire, a capirsi in tutte le propie sfuggevolezze e misteri.
    E solo quando si impara a sfruttarli al meglio ci si sente pronti a smascherarle…che anche se gli altri non fossero d’accordo, dentro di noi sappiamo che siamo la somma delle scelte migliori che potevamo fare.

  11. io devo ancora chiedermi perchè mi diverto a mascherare, il resto lo lascio ad anni migliori 🙂

  12. sì, bisogna riperteselo tutti i giorni davanti allo specchio…prima e dopo i pasti ovviamente ;.D

  13. Sai qual’è la cosa brutta? il fatto che sei consapevole di tutto questo, lo scrivi, ti compiangi ma non fai nulla per cambiare.
    Secondo me ti piace vivere in una sorta di diversità, avere un carattere che apparatemente ti distigua dalle altre, ti fa sentire unica… ma anche non inserita in nessun contesto.

  14. * Websurfer: solo dopo i pasti? basterà? 🙂

    * Soulsex: replico in altra sede, qui verrei fraintesa …

  15. per me è la crescita, la maturazione, un lento e continuo rinnovamento.

  16. non credo che hai fallito.
    hai vissuto.

    buon weekend

  17. Tanti auguri per domani cara amica.

    Mel

  18. Quello che noi chiamamo a volte “fallimento” non e’ altro che una porzione di un cammino, gia’ riconoscerlo, in un mondo di perfetti con le verita’ in mano, il sorriso sulle labbra e l’infelicita’ in tasca, e’ un risultato forte.
    Basta solo non dimenticarselo nel prossimo momento di euforia, e riuscire a discernere e distinguere il vero, magari solo facendo dei tentativi onesti cercando di abbandonare almeno una delle mille maschere che abbiamo.
    Buona giornata.

  19. Ho bisogno che qualcuno mi ricordi quanto sono speciale ed unica…vedi se puoi fare questo sforzo!

  20. La domanda kantiana risponde (infatti una domanda già risponde) a quello che Kant chiama l’ interesse della mia ragione. Un interesse che è al tempo stesso speculativo e pratico e lega fra di loro tre domande: «Cosa posso sapere?» domanda speculativa; «Cosa devo fare?», domanda morale che, in quanto tale, non appartiene precisamente alla critica della ragion pura; e «Cosa mi è consentito sperare?» che è al tempo stesso pratica e speculativa. Ma se la domanda della speranza si lega a ciò che viene come «ciò che deve accadere», se essa non solo è sempre presupposta, implicata dalla domanda speculativa del sapere e dalla domanda pratica del «cosa fare?», ma unisce queste ultime fra loro, sappiamo anche che altrove Kant sottopone queste tre domande ad una quarta. Quale? Quella dell’ uomo («Cos’ è l’ uomo?») e dell’ uomo come essere cosmopolitico, come cittadino del mondo È utile sottolineare che oggi l’ orizzonte regolatore, che si è come de-costruito da sé, è più indeterminato che mai, così come lo è la risposta, fosse pure per anticipazione e supposizione, alla domanda «cos’ è l’ uomo?»; per non parlare di quella che riguarda il mondo, l’ uomo come cittadino, come qualcosa che può legare o meno la democrazia allo Stato e alla nazione. Quella dell’ essenza dell’ uomo non è una domanda di speculazione metafisica astratta per filosofi di professione: è una domanda che oggi si pone, nell’ urgenza concreta e quotidiana, al legislatore, allo studioso, al cittadino in generale (che si tratti dei problemi inerenti al genoma detto umano, al capitale, alla capitalizzazione e all’ appropriazione, statale o no, del sapere, del sapere tecnologico racchiuso nelle banche dati). È l’ enorme problema della capitalizzazione e del diritto di appropriazione che resta ancora intatto davanti a noi, con la questione della proprietà in generale e la proprietà del «corpo proprio»: questione biotecnologia del trapianto, della protesiologia (prothéticité) in generale, dell’ inseminazione artificiale, della madre prestatrice d’ utero, della differenza sessuale e del diritto che ha la donna di disporre del proprio corpo, dell’ intelligenza artificiale, della storia dei concetti che definiscono i diritti dell’ uomo, il soggetto, il cittadino, i rapporti fra uomo e terra, uomo e animale, l’ immenso dibattito chiamato ecologico, etc. Si potrebbe precisare tutto questo all’ infinito. Ecco perché on solo bisogna pensare – pensare è più urgente che mai e non si riduce all’ esercizio del sapere né a quello del potere, anzi presuppone una vigilanza supplementare al riguardo -, ma bisogna pensare che le sfide del pensiero devono imporsi ad ogni istante, quotidianamente, immediatamente, ad ogni passo, ad ogni frase, come non è ancora mai accaduto, a chiunque, ma in particolare a coloro che pretendono di esercitare incarichi di responsabilità politica, presso magisteri e ministeri (uomini politici di ogni genere, legislatori o no, uomini e donne di scienza, insegnanti, professionisti dei mass media, consiglieri e ideologi di ogni campo, in particolare della politica, dell’ etica o del diritto). Tutte queste persone sarebbero radicalmente incompetenti non perché, paradossalmente, sanno in anticipo, come credono quasi sempre, cos’ è l’ uomo, cos’ è la vita, cosa vuol dire «presente», cosa vuol dire «giusto», cosa vuol dire «venire», cioè colui che arriva, l’ altro, l’ ospitalità, il dono, ma sarebbero incompetenti, come ritengo siano spesso, perché credono di sapere, perché sono in condizione di sapere e sono incapaci di articolare queste domande e di imparare a formarle. Non sanno né dove né come si siano formate, e dove e come imparare a ri-formarle. Avrei voluto proporre un argomento analogo a quello del Che fare? di Lenin, scritto nel 1901-1902, ma il tempo manca. Ricordiamo ciò che in quel testo, come nel testo di Kant, oggi non risulta invecchiato: la condanna dell’ «abbassamento del livello teorico» nell’ azione politica, l’ idea che qualsiasi «concessione» teorica, secondo il termine di Marx, sia nefasta per la politica; la condanna dell’ opportunismo (bisogna anche pensare e agire controcorrente), la condanna dello spontaneismo, dell’ economicismo e dello sciovinismo nazionale (il che non sospende i doveri nazionali), la condanna della «mancanza di spirito d’ iniziativa dei dirigenti» politici, cioè rivoluzionari, che dovrebbero saper rischiare e rompere con le facilità del consenso e delle idee preconcette E ancor meno invecchiata è l’ analisi di ciò che lega l’ internazionalizzazione, la mondializzazione del mercato, come della politica, alla scienza e alla tecnica. Tutto questo si lega nel Che fare? di Lenin.Poiché non è mia intenzione fare l’ apologia di Marx o di Lenin, e ancor meno del marxismo-leninismo in blocco, desidero soltanto situare in breve il punto in cui Lenin sutura a sua volta e la domanda del «che fare?» e la possibilità radicale di disgiunzione, senza la quale non esistono né la domanda «che fare?», né sogno, né giustizia, né rapporto verso ciò che viene come rapporto verso l’ altro. Questa sutura, o saturazione, condanna alla fatalità totalizzante e totalitaria dei rivoluzionarismi di sinistra e di destra. Il fatto è che Lenin giudica la sfasatura con il metro della «realizzazione», dell’ adempimento adeguato di ciò che egli chiama il contatto fra sogno e vita. Il telos di questo adeguamento suturante – che, come ho cercato di dimostrare, chiudeva anche la filosofia o l’ ontologia di Marx – chiude l’ avvenire di ciò che viene. Impedisce di pensare quello che, nella giustizia, suppone sempre inadeguatezza incalcolabile, disgiunzione, interruzione, trascendenza infinita. Tale disgiunzione non è negativa, è l’ apertura stessa e la chance dell’ avvenire, cioè del rapporto con l’ altro come ciò che viene e viene ancora e sempre.
    Infine scusami se sono stato breve…..Il Capitano

  21. W GIACCOMINOOOOOOOOOOOO!

  22. tra frammenti di tecniche sotto prodigi in certi un affanno continuo radio accese mutazioni possibili pro genitori falsi un nodo nella gola schermi accesi ! tremo solo per un non sò

  23. Caro utente anonimo, HO CAPITO chi seiiiiiiiiii … ma và … 🙂
    mi deludi sai? mi aspettavo un commento più ironico … qualcosa di diverso da me … 🙂

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